La Casa del Popolo "Palmiro Togliatti",
edificio che ha vissuto con la gente di Moiano tutte le vicissitudini
umane e politiche dal '65 ad oggi. La posa della prima pietra
risale al giugno del '64 alla presenza di Palmiro Togliatti
e la sua inaugurazione al giugno del '65 alla presenza di Luigi
Longo. Un anno di duro lavoro, come da sempre la gente della
sinistra è abituata, per dare al paese il luogo più importante
della vita sociale, politica e ricreativa.
Nell'aprile
del '74 venne colpita duramente da una bomba fascista e
subito ricostruita, mettendo ancora una volta alla prova la
tenacia della gente di Moiano (e non solo) che partecipò attivamente alla
sua ricostruzione. La Casa del Popolo è stata completamente
rinnovata nel '98. Oggi è luogo ospitale e di ritrovo
per tutti coloro che credono nella libertà e nella democrazia.
Attualmente la Casa del Popolo ospita:
Scopri dove si trova la Casa del Popolo di Moiano dalla mappa di Google
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L'attentato alla Casa del Popolo
Andrea Possieri, tratto dal nr. 7 del periodico "Primapagina"
Erano le due e mezzo del
23 aprile 1974. Una miccia a lenta combustione
fece esplodere un chilo e mezzo di tritolo collocato all’esterno
di uno dei muri portanti della Casa del Popolo di Moiano. I locali
interni dello stabile vennero devastati ma la struttura resse
all’urto. I sotterranei assorbirono gran parte della violenza
dello scoppio e il fabbricato rimase in piedi. Tutti gli edifici
circostanti vennero danneggiati. Anche le grandi vetrate della
Chiesa andarono in frantumi per lo spostamento d’aria provocato
dalla deflagrazione. Silvio Pattume, quella notte, si era fermato
davanti alla Casa del Popolo pochi istanti prima della detonazione.
Tornava da Piegaro insieme ad Beppino Mannucci dopo una riunione
di partito. Una delle tante. Uno scambio di battute, giusto il
tempo di una sigaretta, e poi un rapido saluto. Ognuno tornò verso
casa. Mezz’ora più tardi il boato dello schianto svegliò tutti
gli abitanti della frazione. “Quella notte, nulla faceva presagire
ad un attentato” ricorda Pattume. “Avevamo organizzato la vigilanza
armata, le guardie notturne nei mesi precedenti e non era successo
niente”. Maurizio Donati, attuale consigliere regionale e allora
segretario di sezione del Pci moianese, racconta il senso di paura
e di impotenza di quel momento: “Mia moglie, Luciana, era terrorizzata.
Era incinta di mio figlio, Mauro, e non voleva che scendessi a
vedere cosa era successo”. “Fra i primi ad arrivare - continua
Donati - fu Capoccia Enzo che abitava anche lui nei pressi della
Casa del Popolo”. Fu chiaro a tutti, sin da subito, che si trattava
di un atto terroristico neofascista. Il giorno successivo all’attentato,
martedì 24 aprile, la CGIL e la CISL proclamarono lo sciopero
generale a Città della Pieve e in quello stesso giorno l’Unità
riportava il fatto in prima pagina: “Nuovi criminali attentati”
titolava il giornale del Pci. “Tritolo contro una Casa del Popolo
presso Città della Pieve, diecimila in piazza a Moiano” si leggeva
nell’occhiello. Toccò a Leonardo Caponi, futuro parlamentare comunista,
il compito di redigere la cronaca dell’accaduto sul quotidiano
di Botteghe Oscure. E spettò a lui raccontare che nella stessa
notte un ordigno era stato fatto saltare anche a Lecco contro
la sede della Federazione del Psi, a Milano contro una sezione
del Pci e a Palmi contro la sede della locale Camera del Lavoro.
“Lecco, Milano, Palmi, Moiano. Stessa bomba stessa mano” fu uno
degli slogan più urlati nel corteo che seguì l’attentato. La popolazione
locale accorse a migliaia alla manifestazione. Dal palco presero
la parola il Presidente della regione dell’Umbria, Conti, il segretario
provinciale del Psdi, Perari e il segretario della DC di Città
della Pieve, Possieri. Ma parlò, soprattutto, Fosmeo Imbroglini,
il Presidente della Casa del Popolo, che concluse il suo intervento
promettendo: “noi siamo tignosi e la rifaremo meglio di prima!”.
Quel giorno vennero raccolti con una sottoscrizione spontanea
quasi trenta milioni per la ricostruzione dell’edificio simbolo
dei comunisti moianesi e appena due mesi dopo, il 23 giugno 1974,
si svolse la festa di inaugurazione della nuova Casa del popolo.
Era certamente un’Italia molto diversa da quella attuale quella
dell’aprile del 1974. Una serie inenarrabile di attentati di tutte
le matrici stavano sconvolgendo il paese. Da qualche tempo avevano
fatto la comparsa anche i terroristi rossi. Una settimana prima
dell’attentato a Moiano era stato rapito il giudice Sossi ad opera
di quelle che allora la stampa comunista definiva le “sedicenti”
Brigate Rosse. Al governo della nazione c’era Mariano Rumor che
dal 14 marzo guidava una coalizione di democristiani, socialisti
e socialdemocratici. Agli esteri sedeva Aldo Moro, agli interni
Taviani, alla difesa Andreotti. Ma il mese di aprile del 1974
era anche il mese dove la campagna referendaria sul divorzio toccava
il suo apice. Da lì a poco, il 12 maggio, si sarebbe votato e
il referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio non sarebbe
passato. Quando, il 23 giugno Fernando di Giulio, capogruppo del
Pci alla Camera dei Deputati, venne ad inaugurare la Casa del Popolo ristrutturata si stavano svolgendo i mondiali di calcio
in Germania. E sul resoconto che Leonardo Caponi scrisse per l’Unità,
il giovane giornalista umbro poteva raccontare l’enorme folla
radunata per l’occasione a Moiano nonostante “la giornata piovosa
e la partita Italia-Polonia”. Sempre su quell’articolo venne scritto
che Berlinguer non poté raggiungere Moiano, come invece era stato
preannunciato, “a causa di una lieve indisposizione”. In realtà
il segretario del Pci non giunse nella frazione di Città della
Pieve per motivi di sicurezza. I dirigenti nazionali del Pci che
erano venuti in avanscoperta i giorni precedenti dell’inaugurazione
avevano giudicato troppo “a rischio di attentati” la terrazza
da dove avrebbe dovuto parlare il segretario comunista. E così
non se ne fece nulla. In quell’occasione, oltre a Di Giulio parlarono
anche Enrico Manca della direzione nazionale del Psi, Gian Paolo
Bartolini della Federazione del Pci di Perugia, Maurizio Donati
e Fosmeo Imbroglini. Sul palco erano presenti anche Alfio Marchini
e Solismo Sacco. Oggi, a distanza di quasi trent’anni i colpevoli
di quell’attentato non hanno ancora un nome. Gli accusati, il
gruppo di “Ordine nero” di Arezzo e Firenze vennero assolti per
insufficienza di prove dopo sette anni di procedimenti giudiziari.
(Andrea Possieri, tratto dal nr. 7 del periodico "Primapagina")